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L’eredità di Claudio Baglioni al Festival di Sanremo

L’eredità di Claudio Baglioni al Festival.

Dopo lui niente più? No, tutt’altro.

Un Sanremo unico quello che abbiamo vissuto nel pieno della pandemia, tra zone rosse e arancio rafforzata, paure ovunque, campagna vaccinale che fatica a decollare e ombra di lockdown costantemente all’orizzonte. In molti addirittura si sono chiesti, per ragioni che vanno da quelle economiche a quelle sociali e psicologiche, se avesse senso fare Sanremo quest’anno. Questo io non lo so, ma mi sento di dire che la voglia di evasione non per forza si accompagna né al negazionismo, né al non rispetto per la situazione che stiamo vivendo. Il non rispetto lo vediamo nei comportamenti egoisti e menefreghisti di molti nostri concittadini, non tanto nel voler evadere grazie alla musica, evasione “per eccellenza”. Insomma, la musica leggera, anzi, leggerissima, da mettere su perché «abbiamo voglia di niente» (come ci hanno detto Colapesce e Dimartino) dobbiamo difenderla: ne abbiamo bisogno, ci serve. Quindi, forse ci serve anche Sanremo.

Detto questo, le polemiche del Festival di quest’anno sono state tante altre, come è norma che sia. Tra i baglioniani, la polemica forse più agguerrita è stata la solita: dov’è finito il Sanremo di Claudio, di colui che aveva messo la musica al centro? Per questo mi sembra opportuno riflettere brevemente su come questo Sanremo (e il precedente) sia in realtà perfettamente in linea con quanto fatto da Claudio Baglioni da alcuni punti di vista, e non in linea da altri, molto pochi.

Incominciamo da quello che non è in linea. E non sono gli artisti in gara. Bensì i tempi dello show e la gestione degli ospiti: la musica non è stata “al centro” perché è stato dedicato molto tempo ad ospiti non musicali e non artistici, idea che Claudio aveva combattuto con forza nei suoi due Festival. I tempi televisivi ne hanno risentiti, complice Amadeus, conduttore eccezionale, ma appunto “televisivo”, che quindi ha i tempi della televisione (a differenza di Baglioni), che spesso si dilatano e si allungano.

Molti di più sono invece gli aspetti che sono in linea con i Sanremo di Claudio. Innanzitutto, il canto: in molti hanno cantato, intonati o stonati. Idea sottesa ai Festival di Claudio, qua addirittura estremizzata nel duo Mihajlovic e Ibrahimovic, uno più stonato dell’altro sulle note di Io vagabondo. Poi ancora: l’idea di spettacolo a tutto tondo. Era stato Baglioni, con i suoi spezzoni di Al centro, nel 2019, a spostare l’attenzione dalla dimensione del puro ascolto a quella della visione: lì assistevamo a performance collettive che rafforzavano il significato dei testi (Noi no, E adesso la pubblicità), quest’anno è toccato qualcosa di simile a molti artisti, come Achille Lauro (senza entrare nel merito del suo messaggio e della difficoltà di comprensione del suo fenomeno, che meriterebbe una trattazione a parte), con “canzoni da vedere” e non solo da ascoltare, ma anche per molti artisti in gara, che hanno puntato molto sulla performance (dai vincitori Maneskin a Lo stato sociale) – per altro questa non è una novità: la storia della musica pop occidentale (poco in Italia) è tutta basata non solo sul testo, ma sull’esibizione e sulla performance.

Il monotema-Fiorello. Fiorello ha “stufato” molti perché era sempre presente e ripetitivo. Beh, non è quello che ha fatto Baglioni? Per me sia Fiorello che Baglioni sono due artisti estremamente carismatici, seppur diversi, e fagocitano palco e attenzione. Il rischio è che se non piacciono, alla lunga annoiano. E poi: tutti, presi a piccole dosi sono meglio piuttosto che quando vengono presi per lunghi periodi. Questo spiega come mai il Baglioni-Bis ha avuto meno successo del Baglioni-primo, così come l’Amadeus-Fiorello (oltre alle questioni legate alla pandemia, che hanno influito in negativo sull’esito di questo Festival).

Andiamo poi alla questione più spinosa e più dibattuta: gli artisti in gara. Beh, era stato Baglioni a lanciare tre dei fenomeni musicali degli ultimi anni: Achille Lauro, Mahmood e Ultimo. Era stato Baglioni a far entrare direttamente i Giovani nei Big. Era stato Baglioni a voler svecchiare il Festival e a voler offrire una fotografia di quella che è la musica attuale. Ora: se non lo fa Baglioni diventa un problema? Possiamo dire che nel Sanremo 2021 la fotografia è stata letteralmente bilanciata verso il contemporaneo (e l’indie), ma a bilanciare come contro altare verso la musica “storica” ci hanno pensato gli ospiti musicali: Tozzi, Vanoni, Bertè e molti altri ancora. Ma quella Rivoluzione, oggi tanto decantata nella vittoria dei Maneskin, era già stata avviata in precedenza, da un signore che si chiama Claudio Baglioni.

Non era neanche lui un innovatore, si intenda: Baglioni si inseriva in un percorso di rinnovamento del Festival già iniziato dai suoi predecessori, ma il sanremese tradizionale sembrava vincere. Beh, quest’anno il sanremese tradizionale (pur nelle canzoni stupende di Arisa e di Annalisa, e nella composizione perfetta per Orietta Berti, anche se fuori un po’ dal tempo e dallo spazio) ha perso. Ha perso perché c’è voglia di cambiamento. Forse si andrà per il meglio, o forse si andrà verso il peggio, questo non lo sappiamo. Certo è che la diatriba tra antico e moderno è qualcosa che non riusciamo mai ad evitare: chi è “antico” critica il “moderno”, e viceversa. Già nell’antica Roma Seneca criticava la caduta dei costumi e dei modi di fare rispetto all’epoca di Catone il Censore, mentre noi oggi etichettiamo tutta la cultura romana in un unico grande calderone ribollente targato come “antico”.

Quello che mi spiace è che non si dà il giusto credito alle novità portate da Claudio Baglioni, che stanno facendo scuola da tutti i punti di vista. D’altronde, questo non sorprenda: nel 1972 Baglioni scrivendo Questo piccolo grande amore sconvolgeva i paradigmi musicali italiani con le canzoni dell’amor, del cuor e del dolor: non è quello che sta avvenendo adesso?

Noi oggi ci scandalizziamo se sentiamo le parolacce al festival; i nostri predecessori si sarebbero scandalizzati nel sentire quel «ma io questa cosa qui / mica l’ho mai creduta». Sento le loro voci: “Ma dai, ma come si fa a dire mica in una canzone, ma non scherziamo. Ma dov’è la vera poesia in canzone?”. Per non parlare dei significati: “Ma dov’è il significato, ma dai. Questo parla di una maglietta fina, è pornografico. Vuoi mettere con De André che parla dei morti suicidi o dei drogati? Lui sì che fa musica vera”.

Baglioni aveva sconvolto il paradigma vivente. Ora noi ci scandalizziamo per chi sconvolge il paradigma attuale. Forse siamo noi che non siamo in grado di vedere. Allora, mettiamoci un po’ più di attenzione, e ascoltiamo i pezzi: ce ne sono di molto belli. Colapesce e Dimartino, Comacose (uso del linguaggio che, tra l’altro, ricorda molto il Baglioni anni Ottanta), Lo stato sociale, Willy Peyote, perché no anche i Maneskin, ma anche molti altri a seconda dei gusti. Ascoltiamo (e guardiamo) senza pregiudizi. Poi, possiamo criticare una certa enfatizzazione di alcune dimensioni eccessivamente sovraesposte, che tendono ad ottenere l’effetto opposto (dalle questioni gender allo pseudofemminismo), ma è un problema non di Sanremo, ma di tutta la società. Sanremo ne è specchio e la riflette, ma siamo noi che la facciamo, la società.

Forse, per poterla cambiare dovremmo iniziare a capire cosa ci sta succedendo accanto. E ascoltare Sanremo può essere un piccolo ma buono punto di partenza.

Luca


Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, professore di Lettere presso le scuole medie e superiori, maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori; svolge attività di ricerca scientifica in ambito linguistico, sociolinguistico, semiotico e mediologico; suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

3 Commenti

  1. Non sono d’accordo con questa analisi. Concettualmente per alcune cose si può creare un certo parallelismo (anche se a mio avviso non voluto ma casuale) con scelte effettuate da Baglioni quando era direttore artistico ma non basta. Ci vuole qualità e questa è mancata in molti aspetti di questo show. Dai conduttori che (bravissimi entrambi) ma con poche cose da dire, sembravano andare a braccio come se si trovassero ad improvvisare in un villaggio turistico, mancavano contenuti. Molti cantanti stonati e con canzoni non belle. Gli ospiti fissi….. uno, Achille Lauro preso per sconvolgere il pubblico e l’altro (Ibra) non so perché fosse lì. Per carità sono miei pensieri e non per forza condivisibili ma i festival di Baglioni erano altro per contenuti e qualità.
    È vero che Sanremo è lo specchio della nostra società ma non concordo nel fatto che facciamo noi la società, perché dipendesse da me e da tante persone che conosco cambieremmo tanto di questa società. Restando in tema canzoni, molta musica ci viene imposta da talent e radio (anche per motivi commerciali) e sono certa che molti giovani se non venissero così tanto influenzati farebbero altre scelte………

    1. Diciamo che giudicare questo festival fatto in un momento storico complicato, non è facile. Lavorare senza il ritorno del pubblico in sala dev’essere assolutamente deleterio per un artista. Detto questo, alcune scelte, come quella di Achille Lauro, non avevano molto senso. Se poi vogliamo parlare dei Festival di Claudio, il secondo è stato purtroppo condizionato dalla troppa sua presenza musicale. Bellissima la prima edizione. Molto meno la seconda.

  2. Io sinceramente non mi sono goduta per niente questo spettacolo che ogni anno si aspetta perché
    (piaccia o non piaccia) è sempre un evento che ci offre delle novità e non solo della musica . Non mi piace il calderone di cose buttate dentro alla rinfusa troppe! I presentatori troppo complici .! Comunque per farla breve come si fa a guardarlo quando si sa già che finirà verso le 2 di notte ! Sempre viva Baglioni ❤️

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