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#Dantedi2021 Anche Baglioni si è (forse) ispirato a Dante

Quando si pensa a Dante nella canzone italiana, i riferimenti che vengono in mente sono tanti, dal quadro di Fabrizio De André ne Al ballo mascherato, a Serenata rap di Jovanotti, con la sua ripresa delle parole tratte dal Canto V dell’Inferno di Francesca da Rimini («amor, ch’a nullo amato amar perdona»), che nella nuova versione sono diventate addirittura, con una forte storpiatura grammaticale, un murales sopra un muro. Da quelle di Venditti in Compagno di scuola o in Notte prima degli esami (dove il padre della protagonista che si sta preparando per la maturità si trasfigura nel sommo poeta), oppure, in epoca più recente, a quelle del tormentone postmoderno ed estivo di Gabbani, Estate, che riprende la celeberrima dicitura della Porta dell’Inferno («lasciate ogni speranza, voi ch’entrate»). Per finire con il nuovo disco di Tedua, Vita Vera mixtape, tutto incentrato su un’analogia dantesca e pieno zeppo di riferimenti a versi iconici sempre dell’Inferno. Difficilmente in queste rassegne però trova spazio Claudio Baglioni, anche se negli ultimi anni, soprattutto per merito del prof. Francesco Ciabattoni, le relazioni intertestuali tra le canzoni del cantautore romano con la letteratura tradizionale sono state messe in evidenza: da Pasolini a Garcia Marquez, da Elsa Morante a Mario Luzi e molti altri ancora. Eppure, credo fermamente che la poetica del Dante della Commedia abbia in qualche modo influenzato anche la poetica baglioniana, che forse si è ispirato all’immaginario creato dal poeta fiorentino in più di un’occasione. Eccone una rapidissima rassegna.

Il riferimento più evidente nel canzoniere baglioniano è al tema del viaggio portato avanti nella Trilogia degli anni Novanta, soprattutto in Oltre e in Viaggiatore: entrambi i dischi infatti inscenano un percorso catartico accompagnato da un viaggio che si inaugura “nel mezzo del cammin di nostra vita”, in un momento in cui Baglioni fa un bilancio del percorso della sua esistenza. Entrambi i dischi inscenano un percorso catartico che ricorda a tratti quello dantesco, in particolare quello di Oltre, che si apre proprio con Dagli il via, una corsa affannata in un presente confuso e disorientante; è proprio da questa corsa, in cui sembra che il protagonista, esattamente come Dante, si perda nel mondo presente, che inizia un percorso a ritroso che dalla nascita lo porterà a ripercorrere differenti momenti del suo passato. Nel disco poi le “visioni” dantesche sono molte, riscontrabili nei tantissimi riferimenti animali presenti nei testi, dagli «sciacalli / di baci sulle labbra» di Domani mai all’allegoria (secondo un usus ancora una volta dantesco) dei cavalli e del falco (ne La piana dei cavalli bradi e in Naso di falco), ma anche nella vera e propria devastazione distopica dai contorni quasi infernali del mondo fatto di «nebbiosi formicai di case» e di «vie foruncolose» di Qui Dio non c’è. Sul finale appare un riferimento diretto ed esplicito a Dante, contenuto forse non a caso in una perifrasi (è bello fantasticare), strategia retorica e sintattica privilegiata nella Commedia: in Pace si fa riferimento a Virgilio, «guida di quei poeti / che un giorno si smarrirono», dove Baglioni gioca con l’omonimia (come fa proprio a partire dal 1990 in avanti in tantissime occasioni) tra il suo amico Virgilio, morto mentre faceva parapendio, e il poeta mantovano che «nacque sub Iulio», ossia il Virgilio autore classico che guida l’Alighieri nell’Inferno e nel Purgatorio. Dante ha bisogno di guide per tutta la durata del suo percorso, ma quando Virgilio lo lascia il suo percorso catartico fa un notevole balzo in avanti, passando il testimone a Beatrice, che è il tramite per la futura visione di Dio; così quando Virgilio lascia Cucaio, finalmente il bambino può passare il testimone a Claudio, libero di essere sé stesso per poter vedere più nitidamente il suo futuro, forse anche qua non a caso proiettato verso un’irrealtà (Cuore d’aliante) dove in qualche modo deve rendere conto di ciò che ha compiuto nella vita (Opere e omissioni).

La confusione del presente della sua vita, in bilico« tra il sogno e la realtà» (Uomo di varie età), proprio come la Commedia, è un topos di tutta la produzione baglioniana: sono evidenti gli echi della selva dantesca nella recente Altrove e qui, dove l’uomo che «ha smarrito il passaporto nel destino» si ritrova «sul limite del bosco in cui si addentra» (sembra quasi Tedua, che ha paragonato la Selva Oscura al presente al tempo del Covid: «in quarantena come nella selva»), oppure le fiere dantesche e i mostri infernali ritornano nella trasfigurazione di quel male che assume in Male di me contorni non esclusivamente esistenziali o montaliani, ma fortemente deturpanti e animaleschi («fa un male dell’anima / quest’animale / Lei mi sta dentro, mi sta sopra / come una bestia ruvida»). E ancora: quasi infernale è la pioggia blu da cui gli amanti cercano in tutti i modi di rifugiarsi, come se l’amore rappresentasse per loro un rifugio sicuro come quel luogo in cui Paolo e Francesca «leggevano un giorno per diletto / di Lancillotto come amor lo strinse».

Anche il contrappasso è un tema dantesco ripreso da Baglioni in chiave estremamente personale. È a tutti gli effetti un contrappasso quello che vivono al contrario, in positivo, gli Uomini persi quando erano bambini: l’inferno è il loro futuro, ed è infatti il tempo in cui si sono “persi”. La tipologia di “uomo perso” è infatti evocata attraverso una perifrasi concreta che descrive le azioni di ciascuno: gli uomini di potere sono «strangolati da cravatte / che dentro la ventiquattrore portano la guerra», mentre gli assassini diventano «quei pazzi che hanno sparato alle persone / bucandole come biglietti da annullare», e via via tutti gli altri. La relazione tra le azioni dei bambini, come ha osservato proprio il dantista. è un «contrappasso positivo», in cui «l’innocenza di ciascuno di questi uomini persi è rievocata attraverso un’immagine analoga e contraria a quella che ne rappresenta la perdizione». Così i poveracci sono inquadrati mentre dormono in un angolo pulcioso, mentre da bambini dormivano in un letto bianco, con la luce accesa nella stanza di fianco per non avere paura del buio; così più avanti lo spacciatore, che «compra la vita degli altri scambiando bustine», è ricondotto agli scambi delle figurine ai tempi della scuola.

E i riferimenti velati potrebbero andare avanti. Insomma: Baglioni non cita espressamente e direttamente testi danteschi, ma si ispira a quell’immaginario che ancora oggi, a distanza dei settecento anni che ci separano dalla morte dell’Alighieri, non smette di influenzare la cultura in senso esteso, assumendo anche connotati fortemente pop, come espressi nella fortunata formula coniata da Trifone Gargano, e come verranno declinati nella mostra Un’epopea pop. Dante, gli occhi e la mente, a cura di Giuseppe Antonelli, che dal 4 settembre 2021 al 9 gennaio 2022 illustrerà proprio la fortuna di Dante nella cultura pop.

Insomma, il Dantedì, che cade il 25 marzo (giorno in cui Dante, nel 1300, si perde nella selva, e dal quale inizia il suo lungo viaggio nell’Oltremondo), può essere l’occasione anche per i fan di Baglioni di riprendere in mano le opere del Sommo Poeta, in particolare la Commedia, magari riguardandola con il nuovo sguardo baglioniano!

Luca





Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, professore di Lettere presso le scuole medie e superiori, maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori; svolge attività di ricerca scientifica in ambito linguistico, sociolinguistico, semiotico e mediologico; suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

Un Commento

  1. Complimenti Luca. Articolo ( lo definisci tale?) centrato e non particolarmente prolisso come tuo solito.

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