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I Quarant’anni di Strada Facendo raccontati da Geoff Westley

Album storico del 1981 di Claudio Baglioni

PERFEZIONISMO, SFINIMENTO, INTUITO E COLPI DI GENIO

I Quarant’anni di Strada Facendo raccontati da Geoff Westley

Compie quarant’anni uno dei dischi più belli e importanti di Claudio Baglioni, STRADA FACENDO uscì nel giugno del 1981 e si capì subito che era un disco di livello superiore alla media. Baglioni aveva composto otto brani di grande suggestione con almeno due capolavori come la title track e I vecchi. Le altre canzoni non erano da meno, Fotografie e Ragazze dell’est ad esempio o la ritmata Via, canzoni che avrebbero illuminato la carriera di ogni artista e che Baglioni concentrava in un unico album.

Per la realizzazione di STRADA FACENDO, Baglioni contattò il produttore e musicista inglese Geoff Westley, che aveva acquistato una certa popolarità in Italia per aver prodotto e arrangiato gli ultimi due album di Lucio Battisti, UNA DONNA PER AMICO e UNA GIORNATA UGGIOSA.

Per celebrare questo importante anniversario, abbiamo fatto due chiacchiere con Geoff per farci raccontare come fu la lavorazione di un disco così importante.

Ti ha contattato la CBS o direttamente Baglioni?

La CBS. Avevo appena finito di lavorare con Lucio Battisti a UNA GIORNATA UGGIOSA. Mi chiamarono per invitarmi in Italia. Mi venne a prendere Fabrizio Intra della CBS all’aeroporto di Milano e andammo da Claudio che viveva in una bellissima casa sul Lago di Como. Quello è stato il nostro primo incontro.

Secondo te poteva essere stato proprio Claudio a chiedere di lavorare con te dopo aver ascoltato il tuo lavoro con Battisti?

È possibile. Non ne abbiamo mai parlato direttamente, ma ricordo che quando ci siamo visti nella sua casa, Claudio aveva una copia di UNA GIORNATA UGGIOSA e ogni tanto metteva un brano.

Che differenza hai trovato nel modo di lavorare di Battisti e di Baglioni?

All’inizio, con Claudio, c’è stato un problema di comunicazione. Quando si fa un lavoro creativo è normale che si manifestino differenze d’opinione. Tutti cercano lo stesso fine: un bellissimo disco, ma ogni tanto ci si trova in disaccordo su come arrivarci. Lucio parlava benissimo l’inglese, Claudio no. Io non parlavo per niente l’italiano e quindi tra me e Claudio interveniva Fabrizio Intra come traduttore. Avevo però la sensazione che a Claudio non arrivasse esattamente il mio pensiero. Quindi, una mattina ho iniziato a segnare su un foglio le parole italiane che ritenevo più importanti per comunicare con Claudio, e a cena quella sera ho chiesto a Intra di tradurle. Quando sono rientrato in studio, da solo con Claudio, col foglio in mano, sono riuscito per la prima volta a parlare direttamente con lui in un italiano sgrammaticato, ma chiaro. Da quel punto in poi, tutto è stato più facile.
Claudio aveva un approccio diverso rispetto a Battisti, era molto più presente nelle scelte artistiche. Spesso mi chiedeva modifiche nella struttura dei brani. Lucio non chiedeva mai nulla di specifico, faceva riferimento sempre all’emozione che una canzone, un arrangiamento, doveva trasmettere; faceva sempre un gesto con il dito indice, ruotando il polso in senso orario, come di qualcosa che doveva scavare, andare al cuore.

Come hai ascoltato per la prima volta i brani di STRADA FACENDO?

Non ho un ricordo chiaro; mi pare di aver ricevuto dei provini di Claudio, probabilmente fatti con la chitarra e la voce. Non amo ascoltare demo troppo strutturati e non mi pare che in questo caso fossero stati fatti. Se una canzone è presentata così, nuda, si capisce subito se c’è sotto una canzone forte oppure no, e lascia aperte tutte le possibilità per l’arrangiamento.

I musicisti li avevi scelti tu? O c’erano state indicazioni dall’Italia?

No assolutamente, erano professionisti che conoscevo da tempo. Per anni ho fatto il turnista e quindi avevo già lavorato con Stuart Elliott per esempio, che era uno dei fondatori dei Cockney Rebel ma che suonava in quel periodo con l’Alan Parsons Project, Paul McCartney e Kate Bush. L’altro batterista era Pete Van Hooke. Oppure con Frank Ricotti, uno dei percussionisti inglesi più popolari. Poi c’era al basso il meraviglioso Andy Brown (purtroppo scomparso troppo giovane nel 2000 all’età di 48 anni), e ovviamente Phil Palmer alla chitarra. Gli altri chitarristi erano Paul Keogh e Ray Russell, altro musicista che ha suonato davvero con tante star mondiali. Erano musicisti con cui mi trovavo bene e che chiamavo spesso. Alcuni erano anche nei due dischi di Battisti prodotti da me.

È stata una lavorazione molto lunga?

Sì. Claudio è noto per essere un grande professionista, molto scrupoloso e meticoloso, abituato a lavorare a lungo sui suoi dischi: anche in quel caso lavorammo per molti mesi sulle canzoni con modifiche continue. Per esempio, per completare i testi, Claudio chiese di avere le basi finite per rifinire ogni verso. Una volta che le basi furono complete, ci lasciammo per qualche settimana affinché lui potesse completare i testi. Quando tornò al The Manor per fare le tracce vocali, cominciò a chiedere modifiche sulle basi per adattare ancora meglio i testi che aveva scritto. Poteva chiederti un nuovo special da inserire in una canzone, oppure altre modifiche. E si ricominciava.

E con l’analogico non era una cosa semplice?

Per niente. Ho un ricordo dell’ultimissima sera in studio. Era la notte prima del mastering che avevamo già fissato per le dieci del mattino successivo a Londra alla Town House. Avevamo ormai ultimato tutte le registrazioni, stavamo finendo il missaggio dell’ultimo brano, dopodiché c’era da fare tutto il montaggio in analogico: un lavoro molto lungo e delicato; è il momento in cui un errore rimane per sempre. Sapevamo che avremmo dovuto lavorare tutta la notte per poter rispettare l’appuntamento per il Master, quando alle due di mattina abbiamo visto entrare in regia Claudio, trionfale, con la chitarra in mano per annunciarci che aveva scritto 4 interventi per voce e chitarra acustica e che li avrebbe voluti registrare subito per inserirli in vari punti dell‘album. Puoi immaginare la reazione di tutti noi in regia. Già sotto una pressione altissima per finire in tempo il lavoro in corso. Lavoravamo su 24 piste e passare dalla fase di missaggio a quella di registrazione, riaprire le tracce, era davvero l’ultima cosa che avremmo voluto e dovuto fare in quel momento. Lì ha rischiato l’incolumità! Ma devo ammettere che aggiungere quelle quattro tracce acustiche, ha trasformato un disco già molto bello in un album davvero unico. È stato un colpo di genio di Claudio, l’intuito dell’Artista.

Le voci di Claudio sono state fatte tutte alla fine?

Nonostante l’abitudine di Claudio sia quella di ritoccare, di cambiare di continuo, di rivisitare fino all’ultimissimo momento, in cerca della perfezione, ricordo che le voci definitive sono state fatte tutte con calma, nelle ultime settimane.

Baglioni racconta spesso dei cori di Strada facendo, che tu avevi fatto con il tuo accento inglese e che lui rifece.

Non è esattamente così. È possibile che io abbia registrato dei cori guida. Sapevo bene che i cori fatti da me (un inglese) non sarebbero andati bene per un disco in italiano, io facevo solo i vocalizzi. Con Battisti, infatti, avevo chiamato Frank Musker che parlava bene l’italiano. Solo su Nessun dolore mi pare avessi cantato anche io con Dominic Bugatti e Chris Neil. Su Strada facendo avevamo fatto i cori io, Claudio e Fabrizio Intra. Ero convinto che una sola voce inglese in mezzo ad altre tre, non avrebbe influito più di tanto.

Ricordi se era stata prevista una versione in lingue diverse dall’italiano di STRADA FACENDO?

Ci fu qualche iniziativa per il mercato francese. Avevamo fatto il singolo Avrai e ricordo che andammo in Francia al famoso Chateau d’Herouville nei pressi di Parigi. Uno studio dove avevano registrato, tra i tanti, i Pink Floyd, David Bowie, Cat Stevens, i Jethro Tull, e dove Elton John ha registrato l’album HONKY CHATEAU. Siamo stati lì a lavorare per tre settimane per registrare le parti cantate di tre brani. Facemmo Avrai, I vecchi e un altro brano che non ricordo. La cosa finì però con la pubblicazione del singolo con Avrai e I vecchi. Non so se ci fosse davvero voglia di impegnarsi a fondo in una promozione internazionale.

Grazie a Federica per la segnalazione e ad averci inviato l’articolo

Articolo tratto dalla rivista VINILE di Maggio 2021 in edicola o in edizione digitale cliccando qui




The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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