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Claudio Baglioni “Ho combattuto per fare il cantante”

Baglioni: “Papà voleva che diventassi pugile. E ho combattuto per fare il cantante”

Il cantante e il tour nei teatri: “Scrissi ‘Caro padrone’, ma fui bocciato come cantautore impegnato”

Dice di sentirsi ancora il “grande mago”, l’incantatore “di ragazze e di serpenti”, raccontato in Acqua dalla luna il Claudio Baglioni di Dodici note solo, il tour che lo spinge a cercare quell’attimo di eterno che non c’è nella cornice dei teatri di tradizione a tu per tu con la tastiera del suo pianoforte. “Effettivamente, quando vado in scena mi metto nella condizione di create un po’ di meraviglia, di stupore – racconta – Intendo questo lungo giro di concerti come un modo per rianimare le nostre vite con la musica dopo il lungo, difficile, doloroso, silenzio imposto dalla pandemia. Ai miei occhi è come se i teatri, coi loro balconi, le loro logge, i loro palchi, diventassero delle corti in cui radunare e far incontrare le persone, sorprendendole… a mani nude”.

Suo padre Riccardo l’avrebbe voluta pugile. Non pensa di averlo accontentato salendo comunque su un ring?

“Direi proprio di sì. Nonostante i cinquant’anni e passa di carriera, ogni sera mi sembra di raccogliere una nuova sfida. Questo perché sul palco si lotta, si combatte col proprio successo e con l’obbligo di non deludere, cercando di non diventare la parodia di sé stessi perché per un suonatore finire suonato è la peggiore delle vergogne”.

Però quando da adolescente, anzi “quattrocchi e mezzo naso” come si definisce in Due , andò da mamma Silvia dicendo di aver sentito la voce. L’idea del monastero è tramontata o è ancora lì?

“Anche se adesso ci penso un po’ meno, per anni ho immaginato che a fine carriera non solo mi sarei ritirato dalle scene, ma anche dalla vita di tutti i giorni. Una visione su cui pesava, credo, la solitudine del figlio unico, dei lunghi pomeriggi solo a casa senza un fratello o una sorella con cui parlare, giocare o, al limite, accapigliarmi. Alla fine, però, non sono diventato né pugile, ne monaco”

Tutti abbiamo dei punti interrogativi nella vita.

“Il mio è che non saprò mai cosa significhi diventare adulti con un fratello accanto. Alla domanda perchè fossi figlio unico, mamma rispondeva sempre che i bambini si comprano e noi non avevamo abbastanza soldi per farlo. Cosi mettevo da parte i miei magri risparmi per contribuire all’acquisto di un fratellino o di una sorellina, ma ogni volta che mi presentavo con le mani piene di monete lei diceva che i bambini erano rincarati e quei soldi non bastavano”.

Quante canzoni hai scritto?

“Tra 320 e 330. Ma, anche se sono esigente e ho sempre tenuto un livello di ‘autocensura’ alto, non sono tutte dei capolavori.”

Per quali pensa di non dover essere più perseguibile in quanto prescritte?

“Più d’una. A cominciare da Quando tu mi baci, un pezzo scritto nel ’69 che ad ascoltarlo oggi sembra quasi un tentativo cabarettistico di canzone.”

L’inizio non fu dei più promettenti

“Tempo fa ho suonato al Petruzzelli di Bari e, davanti a tre standing ovation, mi sono ricordato di quando, proprio lì, partecipai senza fortuna al mio secondo concorso canoro ‘La caravella dei successi’ con Notte di Natale, arrivai ultimo, cosi com’era accaduto qualche settimana prima, con la stessa canzone, alla mostra internazionale di musica leggera di Venezia dove l’avevo presa cosi male da pensare di buttarmi nel canale”.

Ai tempi della RCA con De Gregori, Cocciante, Venditti, Dalla c’era della rivalità. E Oggi?

“Pure. Nonostante lunghissime amicizie e frequentazioni quasi quotidiane, penso che fra noi una punta di rivalità rimanga, come rimane l’ammirazione (e un pò di frustazione) verso certe canzoni che avrei tanto voluto scrivere io”.

Faccia qualche esempio

“Le intuizione e l’ermetismo dei primi dischi di Francesco, ma anche la grande capacità melodica di Antonello. Proprio con De Gregori, Venditti, Cocciante e Dalla, per reagire allo ‘sfruttamento’ della multinazionale con cui incidevamo, decidemmo di fondare una nostra etichetta che avrebbe dovuto evocare la nascita di una nuova era fin dal nome ‘Uovo rotto’. Ma il produttore Ennio Melis, al tempo patron della RCA, lo venne a sapere e riuscì a metterci uno contro l’altro facendo naufragare il tentativo in tre giorni”.

C’è stato anche un Baglioni in odore di lotta di classe.

“Si ma è durato poco. Sul lato B di ‘Questo piccolo grande amore‘, incisi una canzone intitolata ‘Caro padrone‘. Convinti che la mia strada non fosse quella delle canzoni impegnate, i discografici un mese dopo decisero però di ristampare il 45 giri sostituendo il pezzo con ‘Porta portese‘… Insomma, mi tarparano le ali”.

Andrea Spinelli


The Godfather

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